bdsm
Mio !
03.03.2026 |
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"La punta della lingua cerca di insinuarsi sotto l’orlo delle mutandine, ma si ferma subito quando sente la mia mano tornare tra i suoi capelli, stringere un avvertimento..."
È inginocchiato ai miei piedi da quasi venti minuti ormai. Non ha detto una parola da quando è entrato, ha solo posato la borsa con il cambio, si è tolto le scarpe e si è messo lì, in silenzio, con la fronte appoggiata al parquet come se stesse pregando una divinità che non risponde mai.Indosso le calze nere velate, quelle con la riga dietro che sale dritta fino al culo, autoreggenti, senza giarrettiera. Le ho messe apposta oggi, anche se fuori ci sono quindici gradi e piove da tre giorni. Sapevo che sarebbe venuto. Sapevo che avrebbe voluto cominciare così.
«Puoi iniziare» gli dico, la voce bassa, quasi annoiata. Non è un ordine, è un permesso. La differenza è importante.
Si avvicina lentamente, come se temesse di disturbare l’aria intorno alle mie caviglie. Le narici si dilatano prima ancora di toccarmi. Inspira a fondo, il naso a pochi millimetri dalla pianta del piede sinistro, là dove la calza è più tesa e il cotone ha assorbito tutto: la giornata in piedi a lezione, il caffè versato per sbaglio sull’alluce, l’odore di pelle calda e di nylon leggermente sudato.
«Più vicino» mormoro.
Obbedisce. Ora il naso è premuto contro la calza, proprio sotto l’arco plantare. Fa un respiro lunghissimo, rumoroso, quasi osceno. Gli tremano le spalle. Lo vedo dal modo in cui le scapole si contraggono sotto la camicia bianca ancora abbottonata.
«Dimmi cosa senti.»
«…salato» sussurra. «Caldo. Femmina. Usato. Vivo.»
Sorrido appena. Mi piace quando cercano le parole giuste, come scolari impauriti davanti a una interrogazione.
«Lecca.»
La lingua esce timida all’inizio, solo la punta, un colpetto leggero sulla calza, come per testare se è permesso davvero. Poi diventa più decisa. Passa lenta lungo l’arco, segue la curva interna del piede, risale verso le dita. Il tessuto si bagna, diventa più scuro, più trasparente. Si intravede lo smalto rosso scuro che porto da tre settimane.
Sposta l’attenzione sull’altro piede. Stavolta osa di più: prende il tallone tra le labbra, succhia piano attraverso la calza, come se volesse estrarre l’odore invece di limitarsi a berlo. Gli sfugge un gemito soffocato, quasi un lamento.
Io tengo il libro aperto sulle ginocchia – sto rileggendo Il secondo sesso, ironia che mi diverte – e ogni tanto volto pagina con calma ostentata. So che il rumore della carta lo fa impazzire più di qualsiasi frustata.
«Toglile con i denti» dico dopo un po’.
Alza gli occhi per un secondo, cerca conferma che non sto scherzando. Gli restituisco uno sguardo neutro, quasi accademico.
Comincia dal piede destro. Infila i denti sotto l’orlo della calza, all’altezza della coscia, dove la silicone aderisce alla pelle. Tira piano. La calza scende lentissima, strusciando contro la gamba. Ogni centimetro che scopre è un’umiliazione per lui e un piccolo trionfo per me. Quando arriva alla caviglia la calza è già inzuppata di saliva. La lascia cadere a terra come un trofeo inutile.
Il piede nudo adesso. L’aria fresca sulla pelle umida mi fa quasi rabbrividire. Lui lo guarda come se fosse un dipinto. Poi ci affonda il naso, inspira ancora più a fondo, stavolta senza barriera. La lingua segue subito dopo: lunga, lenta, reverente. Tra le dita, sotto le dita, intorno al malleolo. Succhia l’alluce come fosse un capezzolo.
«Brava puttanella» gli dico piano, accarezzandogli i capelli con la punta del piede libero. «Ora l’altro.»
Ripete tutto. Più lento. Più disperato.
Quando anche la seconda calza è sul pavimento, mi appoggio meglio allo schienale della poltrona e apro leggermente le gambe. La gonna di lana sale abbastanza da fargli vedere il pizzo nero delle mutandine e la prova evidente che, sì, sono dura sotto il tessuto.
«Ora puoi salire» gli dico. «Ma solo con la lingua. E se arrivi a toccarmi con le mani senza permesso, ti faccio leccare il parquet per il resto della serata.»
Alza lo sguardo. Ha gli occhi lucidi, le guance rosse, il mento bagnato. Sembra sul punto di piangere o di venire, forse entrambe le cose.
«Grazie, padrona» sussurra.
«Non ringraziarmi ancora» rispondo, tornando al libro. «Hai un bel pezzo di strada da fare prima di meritarti qualcosa di più… sostanzioso.»
E mentre la sua lingua ricomincia a salire lungo l’interno della coscia, lenta, adorante, io volto un’altra pagina e penso che, dopotutto, la teoria del corpo è molto più interessante quando la si vive con le calze bagnate e un uomo in ginocchio che trema.
La lingua arriva finalmente al bordo delle mutandine. Si ferma lì, tremante, come se stesse chiedendo il permesso di esistere ancora un po’ più in alto. Sento il suo respiro caldo filtrare attraverso il pizzo, un soffio irregolare che mi fa contrarre i muscoli del basso ventre senza che io muova un dito.
«Aspetta» gli dico, posando il libro aperto sul bracciolo della poltrona. Le pagine restano lì, spalancate su una frase di Beauvoir che parla di trascendenza e immanenza. Mi sembra quasi che mi stia guardando con disapprovazione.
Mi sporgo in avanti quel tanto che basta per afferrargli i capelli sulla nuca. Non forte, ma abbastanza da fargli capire che il controllo è mio, sempre. Gli tiro la testa indietro fino a costringerlo a guardarmi negli occhi.
«Hai fame, vero?»
Annuisce, le labbra lucide, il mento che luccica di saliva e del mio odore.
«Rispondi a parole.»
«Sì… padrona. Ho fame.» La voce gli esce rotta, quasi un singhiozzo.
Gli lascio i capelli e mi appoggio di nuovo allo schienale, allargando ancora di più le cosce. La gonna ormai è solo una cintura arrotolata intorno ai fianchi. Le mutandine nere sono tese, il tessuto bagnato dove il mio sesso preme contro di esso. Si vede chiaramente la forma, la durezza, il modo in cui pulsa piano sotto il pizzo.
«Allora leccale. Da fuori. Niente mani. Niente fretta. Se osi spingere la lingua dentro senza che te lo dica, ti lego le mani dietro la schiena e ti faccio guardare mentre mi faccio venire da sola. Chiaro?»
«Sì, padrona.»
Abbassa di nuovo la testa. Stavolta parte dal centro, proprio dove il tessuto è più scuro, più umido. La lingua piatta, larga, preme contro il pizzo e risale lentissima fino al bordo superiore, dove la mia erezione spinge per uscire. Poi riscende, segue la cucitura centrale, la bagna ancora di più. Ogni passaggio è deliberato, quasi dolorosamente lento. Sento il calore della sua bocca attraverso il tessuto sottile, il leggero attrito che mi fa sfuggire un respiro più profondo di quanto vorrei.
Chiudo gli occhi per un attimo. Mi concentro sulla sensazione: la lingua che preme, il pizzo che si sposta appena, la pressione costante ma mai invasiva. È una tortura bellissima, il tipo di tortura che mi piace infliggere perché so che sta distruggendo lui molto più di quanto stia distruggendo me.
«Dimmi quanto sei grato» mormoro senza aprire gli occhi.
«Gratissimo… padrona. Posso… posso sentire il suo sapore attraverso… attraverso il tessuto. È… è dolce. Salato. Forte. Mi sta… mi sta facendo impazzire.»
Sorrido. «Continua a leccare e forse – forse – ti lascerò assaggiare davvero.»
Riprende, più insistente ora. La punta della lingua cerca di insinuarsi sotto l’orlo delle mutandine, ma si ferma subito quando sente la mia mano tornare tra i suoi capelli, stringere un avvertimento.
«Non ancora.»
Lo tengo lì, col naso premuto contro il mio sesso, la lingua che guizza contro il pizzo bagnato, il respiro che diventa sempre più affannoso. Sento il suo membro premere contro i pantaloni, duro da far male, ma so che non si toccherà. Non lo fa mai senza permesso. È una delle poche regole che rispetta con religiosa devozione.
Dopo qualche minuto – o forse dieci, ho perso il conto – decido che ha sofferto abbastanza per ora.
Con due dita scosto di lato il pizzo, lasciando uscire il mio sesso. È duro, gonfio, la punta già lucida. Lo appoggio piano sulla sua guancia, strusciandolo lì, lasciando una scia umida.
«Apri la bocca.»
Obbedisce all’istante. La lingua esce, piatta, pronta.
Glielo appoggio sopra, solo la punta, lasciando che senta il peso, il calore, il sapore salato della mia eccitazione.
«Succhia piano. Solo la punta. E guardami.»
Alza gli occhi. Ha le pupille dilatate, le lacrime che gli rigano le guance senza che se ne accorga. Succhia con delicatezza reverenziale, le labbra che si chiudono appena intorno alla cappella, la lingua che gira lenta, adorante.
Io gli accarezzo i capelli, quasi con tenerezza.
«Brava troietta» sussurro. «Se continui così bene, magari ti lascio venire stasera. Magari ti faccio venire mentre sei ancora dentro le mie calze usate, con la faccia premuta contro il mio culo.»
Un gemito strozzato gli sfugge intorno al mio sesso. Sento il suo corpo tremare tutto.
Sorrido di nuovo, crudele e soddisfatta.
«Ma non oggi» aggiungo, spingendogli la testa indietro quel tanto che basta per sfilarmi dalla sua bocca. «Oggi impari solo a servire. A desiderare. A soffrire per me.»
Torno ad appoggiarmi allo schienale, il sesso ancora duro e lucido di saliva, le mutandine spostate di lato, le cosce aperte.
«Ora lecca di nuovo. Tutto. Dai piedi al collo. E non fermarti finché non te lo dico io.»
Riparte dal basso, obbediente, disperato, perfetto.
E io riprendo in mano il libro, come se niente fosse.
La lingua di lui continua a salire, lenta, disperata, adorante. Ha leccato ogni centimetro dei miei piedi nudi, ha succhiato le dita una per una fino a farle brillare di saliva, è risalito lungo le caviglie, i polpacci, l’interno delle cosce tremanti. Ora è di nuovo tra le mie gambe, il naso premuto contro il mio sesso, la lingua che guizza sotto le palle, leccando, succhiando, implorando in silenzio.
Io ho abbandonato del tutto il libro. Le mani strette sui braccioli della poltrona, le unghie che affondano nel velluto. Il respiro mi esce corto, rauco.
«Più in fondo» ringhio. «Voglio sentirti soffocare nel mio sapore.»
Lui spinge la lingua dentro di me senza esitare, la punta che scava, che gira, che beve. Il rumore è osceno: umido, famelico, osceno. Sento il suo naso che sbatte contro il mio pube ad ogni affondo, sento le sue lacrime calde che mi colano sulle cosce.
«Brava… cagna in calore» ansimo. «Questo è il tuo posto. Questo sarà sempre il tuo posto.»
Il piacere sale come una marea nera. Mi contraggo intorno alla sua lingua, i fianchi che si muovono da soli, scopandogli la faccia senza pietà. Lui non si ritrae. Anzi, geme dentro di me, un suono strozzato che mi fa impazzire.
«Sto per marchiarti» sibilo tra i denti. «Sto per venire sulla tua faccia di schiavo e tu aprirai la bocca e berrai ogni goccia. Capito?»
Un mugolio disperato è l’unica risposta.
Spingo la sua testa indietro con forza, lo costringo a guardarmi. Il mio sesso pulsa a pochi centimetri dal suo viso, gonfio, viola, lucido di saliva e del mio stesso liquido.
«Apri quella bocca da troia.»
Le sue labbra si spalancano, la lingua fuori, gli occhi imploranti.
E allora vengo.
Non è un orgasmo delicato. È un’esplosione. Il primo schizzo gli colpisce la guancia destra, denso, caldo, bianco. Il secondo gli entra dritto in bocca, gli cola sulla lingua. Il terzo gli bagna la fronte, scivola lungo il naso. Continuo a venire a fiotti potenti, marchiandolo come un animale marchia il suo territorio: viso, capelli, mento, collo. Tutto coperto dal mio sperma spesso e caldo. Lui trema, geme, cerca di ingoiare quello che può, ma è troppo, troppo tanto. Gli cola sul petto, gli macchia la camicia bianca.
«Questo è il mio marchio» ansimo mentre l’ultimo spasmo mi attraversa. «Ora puzzi di me. Ora sei mio.»
Lui resta lì, in ginocchio, il viso devastato dal mio orgasmo, gli occhi lucidi di lacrime e di devozione assoluta.
Io mi riprendo lentamente, il respiro ancora spezzato. Mi alzo, le gambe molli, e vado al cassetto della scrivania. Quando torno ho in mano la gabbia di castità: acciaio lucido, piccola, crudele, con il lucchetto che brilla.
«Guarda cosa ti ho comprato» gli dico, facendogliela dondolare davanti agli occhi. «Perché oggi hai dimostrato di essere degno di essere il mio schiavo personale. Non un giocattolo da una sera. Il mio. Per sempre.»
Lui ha ancora il mio sperma che gli cola dal mento. Non osa pulirsi.
«Grazie… padrona» mormora, la voce rotta.
Mi inginocchio davanti a lui – un gesto raro, che so lo farà impazzire ancora di più – e gli apro i pantaloni con calma chirurgica. Il suo cazzo schizza fuori, durissimo, viola, che pulsa disperato. Una goccia di liquido preseminale gli cola dalla punta.
«Questo non ti appartiene più» gli dico mentre gli infilo la gabbia. Prima l’anello alla base, stretto, crudele. Poi la gabbia vera e propria. Il suo sesso viene costretto dentro, piegato, imprigionato. Sento il clic del lucchetto che si chiude e vedo il suo corpo sobbalzare.
«Da oggi vieni solo quando io decido. E solo se ti comporti come la perfetta puttanella che sei.»
Gli accarezzo la gabbia con due dita, sentendo il metallo già caldo.
«Ora sei marchiato fuori e dentro. Il mio sperma sulla faccia e la mia gabbia sul cazzo. Dimmi a chi appartieni.»
«A lei, padrona» singhiozza. «Solo a lei. Per sempre.»
Sorrido, crudele e soddisfatta, e gli passo un dito sul viso, raccogliendo un po’ del mio stesso sperma.
«Brava. Ora leccami le dita pulite… e poi ricomincia da capo. Voglio che mi adori finché non decido che hai sofferto abbastanza per meritarti la prossima volta che ti farò venire.»
E mentre la sua lingua ricomincia a lavorare, docile e rotta, io mi riappoggio allo schienale e chiudo gli occhi.
Il mio schiavo è finalmente, perfettamente, mio.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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